Trieste (giovedì 25 settembre 2025) — Aumentano in modo significativo le segnalazioni di mobbing sul lavoro in Friuli Venezia Giulia, con Trieste che registra in media una richiesta di aiuto ogni tre giorni. È quanto emerge dai dati relativi al primo semestre del 2025 diffusi dallo sportello anti-mobbing regionale: in totale, 341 le segnalazioni ricevute nei primi sei mesi dell’anno, suddivise tra Udine (147 casi), Gorizia (70), Trieste (63) e Pordenone (61).
di Matteo Della Bartola
Si tratta di un incremento evidente rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, a conferma di un fenomeno in crescita e tutt’altro che marginale. Per affrontarlo, la Regione ha stanziato quasi 270mila euro nel 2025 per finanziare i Punti di ascolto territoriali.
“Il mobbing è un problema reale e crescente, che colpisce soprattutto le donne e le persone over 50”, ha dichiarato Alessia Rosolen, assessore regionale al lavoro. “Dal 2017 i fondi sono aumentati in modo costante, arrivando oggi a coprire interventi più strutturati e capillari sul territorio”.
Il 67% delle persone assistite sono donne, mentre gli uomini rappresentano il 33%. L’età si conferma un fattore di vulnerabilità: la fascia più colpita è quella over 51, che rappresenta il 48% dei casi. A seguire: 27% tra i 41 e i 50 anni, 20% tra i 31 e i 40, 5% tra i 20 e i 30, 0% sotto i 20 anni.
Il profilo-tipo della vittima è quindi una donna con contratto a tempo indeterminato (88%), impiegata nel settore privato (72%).
Le principali cause del disagio lavorativo segnalate riguardano: fattori socio-anagrafici (32%), cambiamenti aziendali o organizzativi (21%), richieste avanzate dal lavoratore (20%), assenze prolungate o congedi (18%), infortuni o malattie professionali (6%), rifiuto di richieste da parte di colleghi o superiori (4%).
Il mobbing si manifesta principalmente attraverso umiliazioni e critiche personali, controllo eccessivo sul lavoro, attribuzione di compiti eccessivi o inadeguati, marginalizzazione e svuotamento delle mansioni. A questi si aggiungono casi di isolamento relazionale, trasferimenti ripetuti, negazione di strumenti di lavoro o formazione.
Nel 75% dei casi, il comportamento vessatorio arriva da un superiore o titolare, nel 21% da colleghi dello stesso livello, nel 3% da sottoposti e nel restante 1% da altri soggetti.
Anche tra i presunti responsabili, prevalgono gli uomini: 52% contro il 48% di donne.
I dati confermano che il mobbing è un problema strutturale del mondo del lavoro, che colpisce in particolare chi ha più esperienza e posizioni lavorative stabili. Emerge anche l’importanza di un sostegno concreto alle vittime, non solo tramite sportelli di ascolto, ma anche attraverso una maggiore cultura della prevenzione, formazione e responsabilizzazione delle aziende.
“Non si tratta solo di conflitti interpersonali”, ha sottolineato Rosolen, “ma di un malessere più profondo, che spesso porta conseguenze gravi sul piano psicologico, sociale e professionale. Il nostro impegno è quello di non lasciare sole le persone che ne sono colpite”.
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